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Azzaro Cosimo (Como) Piccole cose anche di te Vedo dislessico il fuori piego l'acceleratore ho bambini nello stomaco che si consumano di giochi curiosi d'essere giocati ho l'alito alle caramelle e fumi di sigarini, quei moti dallo stomaco in putrefazioni lisergiche mi rendono ancora socievole e gioco a nascondino non devo amarmi troppo per restare umile e guardare il mondo ed avere la voglia di finirci dentro ammanettato da un caos organizzato per la depressione di chi ferisce con i gesti e le parole vuote Devo pensare devo bere e salvarmi devo restare perso per non sciogliermi nel sicuro di un perdersi certo Il vino è trasparente la bile gialla, i tuoi occhi chiari, la mia chitarra vuole delle figlie di parole e melodie accattivanti io riempio il suo buco nero e tu origli di me profondamente fai in modo che i cavalli delle serre mentali tornino tra le tue braccia lontane in recinti d'ovatta sei la mia camicia di forza la stanza bianca sedata tenti di non farmi male e tu in cambio prenoti te stessa per ventiquattrore ogni giorno senza temere d'essere giudicata. ------------ Sciutteri Simone (Savona) Nella notte di cobalto la domanda "se" risuona mentre chicchi di grandine s'adunano lassù. Quante vie dall'alto inscritte, ideogrammi d'asfalto cupo, dall'oracolo cieco. Quante strade senza bussola percorse da farfalle screziate nell'amen del decomporsi d'una larva. Se Zivago rompe il finestrino Galileo il cannochiale tu non vai al mare io non so nuotare. I vecchi hanno il vantaggio che nulla cambierà ormai. Sfavillano rotaie a strapiombo, roride e a breve arrossate. Ululano le cassandre i petali, appena dischiusi, si ripiegano sotto il peso del buio con setoso inchino che sfarinerà. Sputi ossa d'albicocca e semi d'uva fragola che t'arrossa il bavero rialzato nel fragore della sagra settembrina fra gli ulivi attorcigliati nell'ultima mazurka. E sei già. Prima dello scroscio. Si scioglie luccicando sotto il sole che rispunta qua e là fra bugigattoli di nubi - e rosa e azzurro è il colore dell'aroma del riflesso - il chicco di grandine adunato lassù ieri, una vita fa. ------------ Bartoli Eleonora (Parma) Occasioni mancate I Il tabulato di ogni nostra conversazione è un labirinto di esclamativi e puntini di sospensione. In cerca della giusta direzione segno dopo segno percorriamo tratti di sentiero lungo un filo di parole. Ma il codice è inaccessibile perfino per noi, separati da ottuse impalcature di paure senza nome. II Sei venuto per dirmi che do senso ad ogni tuo movimento. In cambio non ho da offrirti che il frammento di un sorriso stanco tra cocci e rimpianto. III Il senso di questo sentimento è un mancato incontro. L'impossibilità di viversi anche solo nello spreco di un momento. ------------ Fantasia Giovanni (Modena) asilo calli passeggiate pietra a pietra, mani giunte, umidità. come crepano gli intonaci anche l'ombra si frattura, mentre affretta il carnevale, con le vesti nere a morte dei dottori della peste, coi canali d'acqua ferma inverosimile natura di aperture senza ponti, avanzare di voci man mano più chiare attorno alla notte, un destino che si azzera indipendente, deflorandosi o schizzando semi neri via da sé, molto oltre le strettoie delle nostre dispersioni. io non posso che fraintendere il destino tumescente degli amori, incitandomi a soffrire gradualmente, per la presa inefficace delle mani. più che amore, m'interessa quella certa dedizione alla materia: duratura, atemporale, bacio inflitto a fior di labbra, un dolore reiterato per l'eterno, come un muto vaporetto per la notte, scivolato al porticciolo di metalli lineari e luci lasse, nella mobile illusione di tornare, per racchiudere in un esile riparo tutto quel che serve al dopo. ------------ Testa Chiara (Varese) Si muove per le strade. Molti la ignorano, altri la spiano. Certi la scherniscono, i più la temono. Non proferisce parola eppure è lì. Possono vederla sparlano di lei il suo nome ha un amaro sapore. Siede vicino a me durante il giorno il suo pensiero mi tormenta di notte. Quando sorrido mi fissa segue i miei passi mi sussurra all'orecchio. E' un brivido lungo la schiena è il pallore sui volti è lo spettro del passato è l'assenza di un futuro. L'hanno chiamata paura e vive con me. ------------ Trocchi Pierfrancesco (Bologna) PIOMBO Un cielo azzurro piombo carica il suo peso sulle nostre spalle. Gocce di una pioggia grigia, lacrime amare del cielo, tagliano gelide la pelle ma non lavano le colpe. Un dolore affilato attanaglia il tuo sguardo, piangono i tuoi occhi angoscia densissima. Ti vedo nuotare nel mare nero dei dubbi e delle paure, non riesci a uscirne. Poi mi guardi cercando di non guardarmi, mi ami cercando di non amarmi. Ti odi perché la foschia dentro di te ti impedisce di vedermi, mi odi. Ora abbassi la testa sconfitta da te stessa: hai capito che non riesco ad amare senza essere amato. ------------ Biasi Irene (Verona) Non so che cosa sia che a volte chiude il cuore in una morsa. Il sogno già ricordo, un'altalena ferma, la prigionia finita, un'ora non vissuta... Correrò fuori ed aprirò le mani al cielo respirerò un fruscio verde di rami e riderò agli obliqui raggi di Settembre. Settembre che raccogli le mie perle sai darmi un po' di gioia? Ricordi l'innocenza che - bambina - esisteva e nulla più? Ricordi quel calore - e poi silenzio, e poi dolore - e la vita, la vita che cresceva? Null'altro che ricordi riposti in un cassetto sepolcro d'illusioni... Fa niente. Mi sento solo vita un attimo di vita un punto sulla "i" nel libro della vita lo scorrere di un fiume la briciola di un pane... Addio dolce Settembre, ti aspetterò domani e correremo insieme sulla tua terra bruna e rideremo all'oro dei raggi del tuo sole. Addio dolce Settembre non mi dimenticare mi troverai più grande nel centro di un incrocio mi troverai nel vento sospesa ad aspettare. ------------ Cappellini Marco (Cremona) Enfantterrible Perchélasalutepassaanchedallapelle LaCoopseitu Cos'è questa parola invadente impertinente ributtante giullare addomesticato con smagliante sorriso e spento fa breccia, convince. O parola di comizi parola menzognera fomentatrice falsa di speranze poi di croci obliate in urne come fosse comuni. Oppur parola pura, aulica azzurra levigata fin'alla perfezione dello stile autotelica e libera dal fracasso e dal fardello ma in una torre di cristallo imprigionata isolata, marcia morta. Eppure Parola da sfiorare e da sentire da accarezzare e da accudire Parola facile e forte Parola debole e puttana Parola sinuosa Parola da amare Parola che forma e Parola per plasmare. Ma Parola che mi muore in mano se costretto da una volontà in me ma non mia mentre in punta di penna la tendo Tu Tu non la cogli. Se Tu non mi ascolti, se Tu non mi leggi Io non esisto Se Tu non capisci Io sono deforme Se Tu non rispondi Io sono misero. Se Tu non Io sono solo ------------ Rosati Erica (Brescia) Finisce settembre Si placasse il collasso degli occhi tornasse ad aprirsi a rilento il respiro. Il pallido e soffice melo è caduto, indifferente alla scure, nelle mani legnose del suo assassino. Le mie labbra che conosci come morbido nido, mute crisalidi vizze. Bevo perseveranza in scialbe minestre di riso ed ortiche. Tempro lo sguardo studiando la cinica arte della muffa sui muri. Le rose che a maggio mi hai regalato abbandonano lente l'ultimo odore di prato. Se riuscissero polvere e fieno trucioli e sabbia a riassorbire il pianto. Se potessero piccoli sorsi di fiato già caldo ammorbidire la voce. Sarei forse capace, guardandoti mentre mi cerchi, d'ammettere. Oggi si scioglie arrossendo il nostro ultimo settembre. ------------ Bini Marco (Modena) Non ti chiedo un rimborso in denaro per il disturbo, solo quel briciolo di tempo mi occorre che adoperi la sera tra la doccia e le lenzuola per tastare il polso alla tua vita inondato dalla luce dello schermo, un apostolo. Ti chiedo questa cosa: riuscirai a non farti prendere dal panico, intendo alla prospettiva delle cose che domani ha in serbo per noi? Non sentirti tuo più in là del pianerottolo, rientrare nel personaggio, affiancare come sempre il cucchiaio e la forchetta, raccogliere i tuoi avanzi e ricomporli dopo cena. Ritmo, fegato, pazienza: questo non ci manca. Potremmo farne a meno, noi come pellerossa carponi sulle traversine, se il minimo sussulto non ci allarmasse nel battere dell'ordinario? Se non fossimo sempre pronti a farci un altro goccio. Se non ci ficcassimo in bocca spazzolino e lima, per lavarli, i denti, e affilarli. ------------ Gurioli Mauro (Ravenna) IL PRINCIPE NON AZZURRO Tornerò sotto forma di nuvola devastando i tuoi castelli di noia io che non ho vinto draghi per liberare Amore. Se sono principe, il mio mantello è sdrucito; se cavaliere, m'è ignota la gloria dei tornei. Azzurro è soltanto il mio passo d'indomito viandante proteso alla quiete. Tornerò sotto forma di lampo dissipando la rupe dell'oblio io che non amo sfavillio di luci: ché splendente è soltanto il ricordo d'una gemma donata dagli elfi alle acque profonde di un lago. O forse sarò come il tuono recante frammenti di lotta io che non ho mai dimenticato mani pazienti e insperato candore. Mi troverai nell'impetuoso vento che lambisce sponde e chiome, nel brillio d'innevate distese come sfondo a un profano presepe. E ogni giorno m'incontrerai nelle mutevoli forme del mondo, ora che siamo sposi desiderosi di futuro; ora che comprendiamo amori disperati e schivi come le nuvole in perenne passaggio; amori brucianti come il lampo eppure ingenui come le falene; amori clamorosi come il tuono e infine fragili come silenzi infranti. Ora che t'accolgo tra colori improbabili e cangianti nel caleidoscopio d'imperfezione che hai scelto di amare, scellerata principessa d'una fiaba raccontata di notte, a lume di candela, dai sussurri di maldestre fate già cassaintegrate o in mobilità. ------------ Giovanaz Elìa (Trento) IL MURO Occhi di donna increduli, certezze che se ne vanno esuli, mano che sale a stringere il cuore, come per contenere battiti di dolore, lacrime che non trovano la forza di sgorgare e un grido di protesta morto in gola. Giorni grigi che si ripetono uguali, dalla ferita scorre ancora molto sangue. Lei non vuol soffrire più in quel modo: pone a terra il suo primo mattone e poi un altro e un altro ancora, mentre il muro cresce a dismisura, avvolgendola nel suo freddo calore e lasciando all'esterno ogni dolore, ma anche piaceri,speranze e l'amore. Un volto amico, un sorriso sincero, uno sguardo che esprime soltanto il vero; il muro non può restare ancora indifferente. Una domanda s'insinua nella mente: com'era il mondo fuori dal muro? Di esso hai solo un ricordo oscuro. Flebile speranza: un primo mattone inizia a sgretolarsi, poi un secondo e un terzo, da una nuova luce arsi, luce che illumina quel cuore impaurito, e una voce che sospira "Non tutto è finito." Luce che illumina, ma non ti brucia! Vuole invitarti ad avere ancora fiducia. ------------ Palma Tullia (Venezia) GENESI DEL MIO REGNO La genesi del mio regno nasce sulla tua schiena immensa pergamena il cui sudore è l'inchiostro di ogni segno e sulle tue mani finisce tra pozze di rancore verderame e di delusioni catrame. La leggenda del mio regno racconta di fontane dorate e mandorle tostate ed ogni capitolo è pregno del profumo di grano al sole. Durerà mille anni la sua perfezione. E quando il tuo odio diverrà lubrificante olio di una meccanica al suo fulgore sopra un orizzonte cupo sussurrerò una pellicola di velluto e ti inchinerai al pallore del lirico sogno muto. E' troppo dolce l'alchimia della mia folle megalomania. ------------ Fornaciari Elena (Bologna) Silenzio Amo nascondermi/ là dove la malinconia si assopisce/ ed un vuoto di lacrime/ disseta ogni sguardo/ ogni arido incresparsi della mia mente./ Amo nascondermi/ dove l'aria gonfia di vento/ culla una luna non ancora gravida/ che è un sorriso superbo del cielo,/ una luminosa dissonanza nel ricamo delle stelle./ Amo nascondermi/ all'ombra notturna di un castagno,/ seduta/ sovra una coltre bianca/ che è un soffice manto di niente./ E l'aria gelida a rovistare fra i rami/ m'accompagna,/ solitaria/ nello sterile e bramato silenzio./ E non v'è spazio in me,/ niente che pesi o che punga il mio vuoto,/ niente che coli come cera pesante/ nè fuoco che covi la fiamma mia più ardente./ La mente s'acquieta/ l'anima è calma/ ed è un fiorire di parole che scalda/ questo mio scrivere, lontana/ d'inverno./ ------------ Aliprandi Ada (L’Aquila) Tragicommedia Lo stesso quadretto desolato gli stessi urli di tempesta lo stesso agghiacciante dolore le male parole scaraventate sulle cose sulle persone azioni senza coscienza guerreggiano in cucina E l'amore? Dove? Calpestato, ucciso rianimato. Sarà eroico o codardo? In questa casa chi resta? Se non un orgoglio stupido testardo se non il sangue di chi la testa l'ha persa. Chi scappa indignato chi si butta per terra chi inferisce chi ci è abituato chi piange chi guarda e rimane impassibile. Il presente e il passato si mescolano in una strana poltiglia si incontrano, si scontrano si amano, si odiano. La lavatrice borbotta lui se ne è andato è rimasto soltanto il letto sfatto qualche indumento sporco per terra e la strana insolenza di chi torna In questo caos che immobilizza rimango seduta piango, rido scrivo qualche frase incompiuta "Caos principio e fine di movimento" La finestra è aperta. Vado a chiuderla. Non mi va che quest'aria torbida inquini i sogni innocenti di luna. ------------ Agliotti Elena (Vercelli) Rimini Bruciano copertoni sulla spiaggia e ridono le voci nell'isola di luce della notte; e già mani rincorrono altre mani gli sguardi altre rotte, e l'allegria ricama nella sabbia il suo fragile cerchio di confine. Sbiadiscono i rintocchi, uno scherzo di polvere negli occhi, sorridere a un sorriso di risposta; la bottiglia che ruota a stabilire una sorte dal cuore predisposta; la chitarra che suona negli accordi musica di ricordi, che sappia scioglier questo freddo amaro questo sperar invano salvezza da un dio triste e lontano: labbra complici amano giurandosi l'eterno nel tremolio d'un fuoco perituro. Ridono i ragazzi e la paura affonda in cenere a un rogo che il giorno illude, e ridon del futuro e scordan la notte che li circonda. ------------ De Angelis Riccardo (Frosinone) Ci rivedremo un giorno in una galassia di segni, privati del tempo e della memoria, incapaci di sentire e toccare, saremo lo zero e l'uno che parlano la stessa lingua; codici finiti in sequenze illimitate. Ci rivedremo un giorno pur non avendo occhi, attraverso centinaia di finestre sovrapposte in cui galleggiano i nostri pensieri come simboli in un mare di algoritmi; saremo lo zero e l'uno che si infettano del medesimo virus. E come untori privi di corpo scardineremo i codici di accesso al passato dove guardare le nostre misere identità perdute attraverso l'occhio di cristallo che riproduce indiscreto un mondo andato in cui siamo lo zero e l'uno che si incontrano senza sfiorarsi mai. ------------ Maffei Fabrizio (Piacenza) LE ULTIME ORE DI NOSTRA SIGNORA Il vento di marzo squarcia e ricuce il cielo, spazza, stanca e arranca; si cala tra zozzure mal celate e splende sulle candele immacolate accese da ignari passanti. Il vento di marzo spezza il ritmo pieno di carità di preghiere lasciate spesso in un angolo a macerare; ma le suppliche non accolte scivolano come la dolce rugiada che regna sulle piante non nutrite da tempo. Ecco che gridano i corpi attorno al viandante, maturo navigante nel mare più incerto, quello che sconfina tra l'immobile e il freddo, scaldato solo dal fiato dell'Adriatico. Si sente il rintoccare delle ore più lente quelle che tolgono la vita e avvicinano le nere barche alla linea dell'infinito. ------------ Adernò Sebastiano (Siracusa) [ la mia stanza ha un cane e tutte le illusioni stanno sulla sua lingua che fiata in attesa del prossimo cibo qui la vita accanto alle caramelle nascoste in alto è di un dispetto inspiegabile, come aver tolte le rotelle creando uno scompensato disequilibrio alla mia prima bicicletta che corre, e un ragno ora ripercorre le sue trame, sogna il suo romanzo mentre sul letto, a volte, la notte mi struscia il fianco e il senso di morte si fa impalpabile come cenere sotto i polpastrelli di un suonatore d'organo che addomestica il medioevo ad essergli complice nell'imboccare i fedeli di amari pensieri. nella mia stanza mi sorprendo spesso a controllare che sia perfetto l'orlo da far combaciare ai miei vizi mentre ripenso a quel bacio, sempre lo stesso rimasto a far compagnia alla mia cagionevole intenzione di amarti, ed è un continuo, sono stanco voglio che tutto, per molto stia fermo io compreso che con le mani legate dietro la schiena mi alzo incontro alla parete e addento la lancetta dei secondi perché tutto deve stare fermo, soprattutto il tempo: voglio vedere i pensieri di ciò che ci suggeriscono le cose affollarsi, salirsi in groppa nella calca di essere rimasti fermi al casello anche per un solo minuto di questo inverno, li voglio proprio vedere che fanno senza potersi più diluire nel tempo ------------ Maccallini Paolo (Roma) NESSUN MESSAGGIO NUOVO Trecento milligrammi quattrocento, o niente. Polvere fine in capsule d'ostia o gocce benedette di fiale ambrate. Mi affido al pantheon della farmacopea: Risperidone padre celeste Sertralina sua sposa Trazodone dio dei mari. Assidua presenza l'ostinazione del cellulare e del computer senza nessun messaggio nuovo. E la speranza frustrata di mordere i soccorritori come un animale ferito. Le tracce non ritrovo in questa stanza della guerra tra la rabbia e l'impotenza. Il cranio ne è il teatro mille e quattrocento grammi di cervello sfibrato le rovine. Tutto quello che rimane adesso è il desiderio di rivivere un giorno da essere umano. Come quando da bambino ogni giorno era una vita intera.
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