Azzaro Cosimo (Como)

 

Piccole cose anche di te

 

Vedo dislessico il fuori

piego l'acceleratore

ho bambini nello stomaco

che si consumano di giochi curiosi d'essere giocati

ho l'alito alle caramelle

e fumi di sigarini,

quei moti dallo stomaco

in putrefazioni lisergiche

mi rendono ancora socievole

e gioco a nascondino

non devo amarmi troppo

per restare umile

e guardare il mondo

ed avere la voglia di finirci dentro

ammanettato da un caos organizzato per la depressione

di chi ferisce con i gesti

e le parole vuote

Devo pensare

devo bere e salvarmi

devo restare perso

per non sciogliermi nel sicuro

di un perdersi certo

Il vino è trasparente

la bile gialla, i tuoi occhi chiari,

la mia chitarra vuole delle figlie di parole e melodie accattivanti

io riempio il suo buco nero

e tu origli di me profondamente

fai in modo che i cavalli delle serre mentali

tornino tra le tue braccia lontane

in recinti d'ovatta

sei la mia camicia di forza

la stanza bianca sedata

tenti di non farmi male

e tu in cambio

prenoti te stessa

per ventiquattrore ogni giorno

senza temere d'essere giudicata.

 

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Sciutteri Simone (Savona)

 

Nella notte di cobalto

la domanda "se" risuona

mentre chicchi di grandine s'adunano lassù.

Quante vie dall'alto

inscritte, ideogrammi

d'asfalto cupo,

dall'oracolo cieco.

Quante strade senza bussola

percorse da farfalle screziate

nell'amen del decomporsi

d'una larva.

Se

Zivago rompe il finestrino

Galileo il cannochiale

tu non vai al mare

io non so nuotare.

 

I vecchi hanno il vantaggio

che nulla cambierà ormai.

Sfavillano rotaie a strapiombo, roride e a breve

arrossate. Ululano le cassandre

i petali, appena dischiusi,

si ripiegano sotto il peso del buio

con setoso inchino che sfarinerà.

 

Sputi ossa d'albicocca e semi

d'uva fragola che t'arrossa il bavero rialzato

nel fragore della sagra settembrina

fra gli ulivi attorcigliati

nell'ultima mazurka.

E sei già. Prima dello scroscio.

 

Si scioglie luccicando

sotto il sole che rispunta

qua e là fra bugigattoli

di nubi - e rosa e azzurro

è il colore dell'aroma

del riflesso - il chicco

di grandine adunato lassù

ieri, una vita fa.


 

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Bartoli Eleonora (Parma)

 

Occasioni mancate

I

Il tabulato di ogni nostra conversazione

è un labirinto di esclamativi

e puntini di sospensione.

 

In cerca della giusta direzione

segno dopo segno

percorriamo tratti di sentiero

lungo un filo di parole.

 

Ma il codice è inaccessibile perfino per noi,

separati da ottuse impalcature di

paure senza nome.

 

II

Sei venuto per dirmi

che do senso

ad ogni tuo movimento.

In cambio non ho da offrirti

che il frammento di

un sorriso stanco tra

cocci e rimpianto.

 

III

Il senso di questo sentimento

è un mancato incontro.

L'impossibilità di viversi

anche solo nello spreco di

un momento.


 

 

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Fantasia Giovanni (Modena)

 

asilo

 

calli passeggiate pietra a pietra, mani giunte, umidità.

come crepano gli intonaci anche l'ombra si frattura,

mentre affretta il carnevale, con le vesti nere a morte

dei dottori della peste, coi canali d'acqua ferma

inverosimile natura di aperture senza ponti, avanzare

di voci man mano più chiare attorno alla notte,

un destino che si azzera indipendente, deflorandosi o

schizzando semi neri via da sé, molto oltre le strettoie

delle nostre dispersioni. io non posso che fraintendere

il destino tumescente degli amori,

incitandomi a soffrire gradualmente,

per la presa inefficace delle mani.

più che amore, m'interessa quella certa dedizione

alla materia: duratura, atemporale,

bacio inflitto a fior di labbra,

un dolore reiterato per l'eterno,

come un muto vaporetto per la notte,

scivolato al porticciolo di metalli lineari e luci lasse,

nella mobile illusione di tornare,

per racchiudere in un esile riparo

tutto quel che serve al dopo.

 

 

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Testa Chiara (Varese)

 

Si muove per le strade.

Molti la ignorano,

altri la spiano.

Certi la scherniscono,

i più la temono.

 

Non proferisce parola

eppure è lì.

Possono vederla

sparlano di lei

il suo nome ha un amaro sapore.

 

Siede vicino a me durante il giorno

il suo pensiero mi tormenta di notte.

Quando sorrido mi fissa

segue i miei passi

mi sussurra all'orecchio.

 

E' un brivido lungo la schiena

è il pallore sui volti

è lo spettro del passato

è l'assenza di un futuro.

 

L'hanno chiamata paura

e vive con me.

 

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Trocchi Pierfrancesco (Bologna)

 

PIOMBO

 

Un cielo

azzurro piombo

carica il suo peso

sulle nostre spalle.

 

Gocce di una pioggia grigia,

lacrime amare del cielo,

tagliano gelide la pelle

ma non lavano le colpe.

 

Un dolore affilato

attanaglia il tuo sguardo,

piangono i tuoi occhi

angoscia densissima.

 

Ti vedo

nuotare nel mare nero

dei dubbi e delle paure,

non riesci a uscirne.

 

Poi mi guardi

cercando di non guardarmi,

mi ami

cercando di non amarmi.

 

Ti odi

perché la foschia dentro di te

ti impedisce di vedermi,

mi odi.

 

Ora abbassi la testa

sconfitta da te stessa:

hai capito che

non riesco ad amare senza essere amato.

 

 

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Biasi Irene (Verona)

 

Non so che cosa sia

che a volte chiude il cuore in una morsa.

Il sogno già ricordo,

un'altalena ferma,

la prigionia finita,

un'ora non vissuta...

Correrò fuori ed aprirò le mani al cielo

respirerò un fruscio verde di rami

e riderò

agli obliqui raggi di Settembre.

Settembre

che raccogli le mie perle

sai darmi un po' di gioia?

Ricordi l'innocenza che

- bambina -

esisteva e nulla più?

Ricordi quel calore

- e poi silenzio, e poi dolore -

e la vita, la vita che cresceva?

Null'altro che ricordi

riposti in un cassetto sepolcro d'illusioni...

Fa niente.

Mi sento solo vita

un attimo di vita

un punto sulla "i"

nel libro della vita

lo scorrere di un fiume

la briciola di un pane...

Addio dolce Settembre,

ti aspetterò domani

e correremo insieme

sulla tua terra bruna

e rideremo all'oro

dei raggi del tuo sole.

Addio dolce Settembre

non mi dimenticare

mi troverai più grande

nel centro di un incrocio

mi troverai nel vento

sospesa ad aspettare.

 

 

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Cappellini Marco (Cremona)

 

Enfantterrible Perchélasalutepassaanchedallapelle LaCoopseitu

Cos'è questa parola

invadente impertinente ributtante

giullare addomesticato

con smagliante sorriso e spento

fa breccia, convince.

O parola di comizi

parola menzognera

fomentatrice falsa

di speranze poi di croci

obliate in urne

come fosse comuni.

Oppur parola pura, aulica azzurra

levigata fin'alla perfezione dello stile

autotelica e libera

dal fracasso e dal fardello

ma in una torre di cristallo

imprigionata isolata, marcia morta.

Eppure

Parola da sfiorare e da sentire

da accarezzare e da accudire

Parola facile e forte

Parola debole e puttana

Parola sinuosa Parola da amare

Parola che forma e Parola per plasmare.

Ma Parola che mi muore in mano

se costretto da una volontà in me ma non mia

mentre in punta di penna la tendo

Tu

Tu non la cogli.

Se Tu non mi ascolti, se Tu non mi leggi

Io non esisto

Se Tu non capisci

Io sono deforme

Se Tu non rispondi

Io sono misero.

 

Se Tu non

Io sono solo

 

 

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Rosati Erica (Brescia)

 

Finisce settembre

 

Si placasse il collasso degli occhi

tornasse ad aprirsi a rilento il respiro.

Il pallido e soffice melo

è caduto,

indifferente alla scure,

nelle mani legnose

del suo assassino.

Le mie labbra

che conosci come morbido nido,

mute crisalidi vizze.

Bevo perseveranza

in scialbe minestre

di riso ed ortiche.

Tempro lo sguardo

studiando la cinica arte

della muffa sui muri.

Le rose che a maggio

mi hai regalato

abbandonano lente

l'ultimo odore di prato.

Se riuscissero

polvere e fieno

trucioli e sabbia

a riassorbire il pianto.

Se potessero

piccoli sorsi

di fiato già caldo

ammorbidire la voce.

Sarei forse capace,

guardandoti mentre mi cerchi,

d'ammettere.

 

Oggi si scioglie

arrossendo

il nostro ultimo settembre.

 

 

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Bini Marco (Modena)

 

Non ti chiedo un rimborso in denaro

per il disturbo, solo quel briciolo di tempo

mi occorre che adoperi la sera

tra la doccia e le lenzuola per tastare

il polso alla tua vita inondato

dalla luce dello schermo, un apostolo.

Ti chiedo questa cosa: riuscirai

a non farti prendere dal panico,

intendo alla prospettiva delle cose

che domani ha in serbo per noi?

Non sentirti tuo più in là del pianerottolo,

rientrare nel personaggio, affiancare

come sempre il cucchiaio e la forchetta,

raccogliere i tuoi avanzi e ricomporli dopo cena.

Ritmo, fegato, pazienza: questo non ci manca.

Potremmo farne a meno, noi come pellerossa

carponi sulle traversine, se il minimo sussulto

non ci allarmasse nel battere dell'ordinario?

Se non fossimo sempre pronti a farci un altro goccio.

Se non ci ficcassimo in bocca spazzolino

e lima, per lavarli, i denti, e affilarli.

 

 

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Gurioli Mauro (Ravenna)

 

IL PRINCIPE NON AZZURRO

Tornerò sotto forma di nuvola

devastando i tuoi castelli di noia

io che non ho vinto draghi per liberare Amore.

Se sono principe, il mio mantello è sdrucito;

se cavaliere, m'è ignota la gloria dei tornei.

Azzurro è soltanto il mio passo

d'indomito viandante proteso alla quiete.

Tornerò sotto forma di lampo

dissipando la rupe dell'oblio

io che non amo sfavillio di luci:

ché splendente è soltanto il ricordo

d'una gemma donata dagli elfi

alle acque profonde di un lago.

O forse sarò come il tuono

recante frammenti di lotta

io che non ho mai dimenticato

mani pazienti e insperato candore.

Mi troverai nell'impetuoso vento

che lambisce sponde e chiome,

nel brillio d'innevate distese

come sfondo a un profano presepe.

E ogni giorno m'incontrerai

nelle mutevoli forme del mondo,

ora che siamo sposi desiderosi di futuro;

ora che comprendiamo

amori disperati e schivi

come le nuvole in perenne passaggio;

amori brucianti come il lampo

eppure ingenui come le falene;

amori clamorosi come il tuono

e infine fragili come silenzi infranti.

Ora che t'accolgo tra colori

improbabili e cangianti

nel caleidoscopio d'imperfezione

che hai scelto di amare,

scellerata principessa d'una fiaba

raccontata di notte, a lume di candela,

dai sussurri di maldestre fate

già cassaintegrate o in mobilità.

 

 

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Giovanaz Elìa (Trento)

 

IL MURO

 

Occhi di donna increduli,

certezze che se ne vanno esuli,

mano che sale a stringere il cuore,

come per contenere battiti di dolore,

lacrime che non trovano la forza di sgorgare

e un grido di protesta morto in gola.

 

Giorni grigi che si ripetono uguali,

dalla ferita scorre ancora molto sangue.

Lei non vuol soffrire più in quel modo:

pone a terra il suo primo mattone

e poi un altro e un altro ancora,

mentre il muro cresce a dismisura,

avvolgendola nel suo freddo calore

e lasciando all'esterno ogni dolore,

ma anche piaceri,speranze e l'amore.

 

Un volto amico, un sorriso sincero,

uno sguardo che esprime soltanto il vero;

il muro non può restare ancora indifferente.

Una domanda s'insinua nella mente:

com'era il mondo fuori dal muro?

Di esso hai solo un ricordo oscuro.

Flebile speranza: un primo mattone inizia a sgretolarsi,

poi un secondo e un terzo, da una nuova luce arsi,

luce che illumina quel cuore impaurito,

e una voce che sospira "Non tutto è finito."

Luce che illumina, ma non ti brucia!

Vuole invitarti ad avere ancora fiducia.

 

 

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Palma Tullia (Venezia)

 

GENESI DEL MIO REGNO

 

La genesi del mio regno

nasce

sulla tua schiena

immensa pergamena

il cui sudore è l'inchiostro di ogni segno

e sulle tue mani finisce

tra pozze di rancore verderame

e di delusioni

catrame.

 

La leggenda del mio regno

racconta

di fontane dorate

e mandorle tostate

ed ogni capitolo è pregno

del profumo di grano al sole.

 

Durerà mille anni

la sua perfezione.

 

E quando il tuo odio

diverrà lubrificante olio

di una meccanica al suo fulgore

sopra un orizzonte cupo

sussurrerò

una pellicola di velluto

e ti inchinerai al pallore

del lirico sogno muto.

 

E' troppo dolce l'alchimia

della mia folle megalomania.

 

 

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Fornaciari Elena (Bologna)

 

Silenzio

 

Amo nascondermi/

là dove la malinconia si assopisce/

ed un vuoto di lacrime/

disseta ogni sguardo/

ogni arido incresparsi della mia mente./

 

Amo nascondermi/

dove l'aria gonfia di vento/

culla una luna non ancora gravida/

che è un sorriso superbo del cielo,/

una luminosa dissonanza nel ricamo delle stelle./

 

Amo nascondermi/

all'ombra notturna di un castagno,/

seduta/

sovra una coltre bianca/

che è un soffice manto di niente./

 

E l'aria gelida a rovistare fra i rami/

m'accompagna,/

solitaria/

nello sterile e bramato silenzio./

 

E non v'è spazio in me,/

niente che pesi o che punga il mio vuoto,/

niente che coli come cera pesante/

nè fuoco che covi la fiamma mia più ardente./

 

La mente s'acquieta/

l'anima è calma/

ed è un fiorire di parole che scalda/

questo mio scrivere, lontana/

d'inverno./

 

 

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Aliprandi Ada (L’Aquila)

 

Tragicommedia

Lo stesso quadretto desolato

gli stessi urli di tempesta

lo stesso agghiacciante dolore

le male parole scaraventate sulle cose

sulle persone

azioni senza coscienza

guerreggiano in cucina

E l'amore? Dove?

Calpestato, ucciso rianimato.

Sarà eroico o codardo?

In questa casa chi resta?

Se non un orgoglio stupido testardo

se non il sangue di chi la testa l'ha persa.

Chi scappa indignato

chi si butta per terra

chi inferisce

chi ci è abituato

chi piange

chi guarda e rimane impassibile.

Il presente e il passato si mescolano

in una strana poltiglia

si incontrano, si scontrano

si amano, si odiano.

La lavatrice borbotta

lui se ne è andato

è rimasto soltanto il letto sfatto

qualche indumento sporco per terra

e la strana insolenza di chi torna

In questo caos che immobilizza

rimango seduta

piango, rido

scrivo qualche frase incompiuta

"Caos principio e fine di movimento"

La finestra è aperta.

Vado a chiuderla.

Non mi va che

quest'aria torbida

inquini i sogni

innocenti di luna.

 

 

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Agliotti Elena (Vercelli)

 

Rimini

 

Bruciano copertoni sulla spiaggia

e ridono le voci

nell'isola di luce della notte;

e già mani rincorrono altre mani

gli sguardi altre rotte,

e l'allegria ricama nella sabbia

il suo fragile cerchio di confine.

Sbiadiscono i rintocchi,

uno scherzo di polvere negli occhi,

sorridere a un sorriso di risposta;

la bottiglia che ruota a stabilire

una sorte dal cuore predisposta;

la chitarra che suona negli accordi

musica di ricordi,

che sappia scioglier questo freddo amaro

questo sperar invano

salvezza da un dio triste e lontano:

labbra complici amano giurandosi

l'eterno

nel tremolio d'un fuoco perituro.

Ridono i ragazzi e la paura affonda

in cenere a un rogo che il giorno illude,

e ridon del futuro

e scordan la notte che li circonda.

 

 

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De Angelis Riccardo (Frosinone)

 

Ci rivedremo un giorno

in una galassia di segni,

privati del tempo e della memoria,

incapaci di sentire e toccare,

saremo lo zero e l'uno che

parlano la stessa lingua;

codici finiti in sequenze illimitate.

 

Ci rivedremo un giorno

pur non avendo occhi,

attraverso centinaia

di finestre sovrapposte

in cui galleggiano i nostri pensieri

come simboli in un mare di algoritmi;

saremo lo zero e l'uno che si infettano

del medesimo virus.

 

E come untori privi di corpo

scardineremo i codici di accesso

al passato dove guardare

le nostre misere identità perdute

attraverso l'occhio di cristallo

che riproduce indiscreto un mondo andato

in cui siamo lo zero e l'uno che si incontrano

senza sfiorarsi mai.

 

 

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Maffei Fabrizio (Piacenza)

 

LE ULTIME ORE DI NOSTRA SIGNORA

 

Il vento di marzo

squarcia e ricuce il cielo,

spazza, stanca e arranca;

si cala tra zozzure mal celate

e splende sulle candele immacolate

accese da ignari passanti.

Il vento di marzo

spezza il ritmo pieno di carità

di preghiere lasciate spesso

in un angolo a macerare;

ma le suppliche non accolte

scivolano come la dolce rugiada

che regna sulle piante

non nutrite da tempo.

Ecco che gridano i corpi

attorno al viandante,

maturo navigante nel mare più incerto,

quello che sconfina

tra l'immobile e il freddo,

scaldato solo dal fiato dell'Adriatico.

 

Si sente il rintoccare delle ore più lente

quelle che tolgono la vita

e avvicinano le nere barche

alla linea dell'infinito.

 

 

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Adernò Sebastiano (Siracusa)

 

[LA MIA STANZA]

 

la mia stanza ha un cane

e tutte le illusioni

stanno sulla sua lingua

che fiata in attesa del prossimo cibo

 

qui la vita

accanto alle caramelle nascoste in alto

è di un dispetto inspiegabile, come aver tolte le rotelle

creando uno scompensato disequilibrio

alla mia prima bicicletta che corre, e un ragno ora

ripercorre le sue trame, sogna il suo romanzo

mentre sul letto, a volte, la notte

mi struscia il fianco e il senso di morte

si fa impalpabile come cenere

sotto i polpastrelli di un suonatore d'organo

che addomestica il medioevo

ad essergli complice nell'imboccare i fedeli

di amari pensieri. nella mia stanza mi sorprendo spesso

a controllare che sia perfetto l'orlo

da far combaciare ai miei vizi

mentre ripenso a quel bacio, sempre lo stesso

rimasto a far compagnia

alla mia cagionevole intenzione di amarti,

ed è un continuo, sono stanco

voglio che tutto, per molto stia fermo

io compreso

che con le mani legate dietro la schiena

mi alzo incontro alla parete

e addento la lancetta dei secondi

perché tutto deve stare fermo,

soprattutto il tempo:

voglio vedere i pensieri di ciò che ci suggeriscono le cose

affollarsi, salirsi in groppa

nella calca di essere rimasti fermi al casello

anche per un solo minuto di questo inverno,

li voglio proprio vedere che fanno

senza potersi più diluire nel tempo

 

 

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Maccallini Paolo (Roma)

 

NESSUN MESSAGGIO NUOVO

 

Trecento milligrammi

quattrocento, o niente.

Polvere fine

in capsule d'ostia

o gocce benedette

di fiale ambrate.

Mi affido al pantheon

della farmacopea:

Risperidone padre celeste

Sertralina sua sposa

Trazodone dio dei mari.

 

Assidua presenza

l'ostinazione del cellulare

e del computer

senza nessun messaggio nuovo.

E la speranza frustrata

di mordere i soccorritori

come un animale ferito.

 

Le tracce non ritrovo

in questa stanza

della guerra

tra la rabbia e l'impotenza.

Il cranio ne è il teatro

mille e quattrocento grammi

di cervello sfibrato

le rovine.

 

Tutto quello che rimane

adesso

è il desiderio di rivivere

un giorno

da essere umano.

Come quando

da bambino

ogni giorno

era una vita intera.

 

 

 


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